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SPOTIFY HA SALVATO L’INDUSTRIA MUSICALE. E ORA?

AANCHE TAYLOR SWIFT A VOLTE SBAGLIA. La regina del pop stile country nel 2014 ha scioccato i fan rompendo in modo improvviso e plateale con un pretendente di spicco: Spotify. Pochi giorni dopo la release di ottobre del suo album 1989, Swift ha ritirato il suo intero catalogo dal principale servizio di streaming musicale, facendo scoppiare un caso sul fatto che Spotify rappresentasse una minaccia per il suo settore. “Non sono disposta a contribuire con il lavoro della mia vita a un esperimento che non ritengo compensi equamente gli scrittori, i produttori, gli artisti e i creatori di questa musica” disse Swift, al tempo, indicando il cosiddetto modello di business ‘freemium’ di Spotify. “E semplicemente non sono d’accordo col perpetuare la percezione che la musica non ha valore e deve essere gratuita”. La mossa audace di Swift si è conquistata il plauso da parte dai discografici da tutto il mondo che credevano che i servizi di streaming musicale stessero tagliando i loro già bassi profitti. Dopo tutto, i ricavi della musica sono in calo da un decennio e mezzo per il crollo delle vendite di CD.

Il co-founder e Ceo di Spotify, Daniel Ek, ha preso parte al dibattito pubblicando un lungo saggio per difendere la sua società. “Tutti i discorsi recenti su come Spotify stia facendo i soldi sulle spalle degli artisti mi sconvolgono”, ha scritto. E lo schema di Swift si è rivelato un trionfo una volta che le entrate sono arrivate. Nominata quell’anno musicista più redditizia d’America da Billboard, Swift ha venduto un milione di copie a settimana del suo album, per tre settimane di seguito - la prima nel suo genere a riuscirci, secondo Nielsen Sound-Scan - senza che la sua musica sia mai arrivata sui server di Spotify. Swift 1, Spotify 0. Ma se Taylor sembra aver vinto la battaglia, Spotify difficilmente soffrirà sul lungo periodo. Infatti, il 2014 è stato il punto più basso per le vendite di musica, e l’inizio di una rinascita del settore guidata da Spotify. Dall’anno

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